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Press Teatro

CONVERSATION PIECES II – Un Mistero (2018)

Non è solo uno spettacolo, ma un viaggio, un’esperienza, un’immersione per scovare il senso dell’umano, le radici del suo male, dai tratti sì onirici, quasi metafisici, ma non per questo meno carnale, sensuale, l’atto unico Conversation Pieces che Marco Filiberti costruisce ripensando, riscrivendo e quindi unendo il Cain e il Manfred di George Gordon Byron. … In una scena che allo stesso tempo è tutto il mondo e nessun luogo, ricreata di volta in volta grazie a preziosissimi ma mai velleitari giochi di luci e proiezioni, su cui troneggia una coppia di vasche, abisso della coscienza e agguato del rimorso, assistiamo così all’inizio alla seduzione di Lucifero (l’ammaliante Matteo Tanganelli, primo per tenuta e trasformismo …) nei confronti di Caino … E non c’è scissione, non c’è schizofrenia, ché Filiberti orchestra e tiene insieme non solo il testo – estremamente rarefatto, lirico, che più che recitato viene cantato, evocativo e fondamentale così: modulato e alluso, mai detto – ma  pure le musiche (un collage, pensato al secondo, tra i classici Wagner e Stravinskij, Mahler e Verdi, e i contemporanei Festa e Marianelli), gli effetti, le luci, i gesti. Tutte partiture, queste, che concorrono con successo alla realizzazione di un’opera d’arte totale in cui non c’è gerarchia, se l’abbraccio tra teatro e danza, illuminotecnica e parola, musica e immagine è talmente stretto da innescare una fusione. E se poi a tutto questo s’aggiunge l’inedita e riuscitissima ambizione di attingere anche alla pittura e, soprattutto, alla scultura, costruendo (insieme alle intense coreografie di Emanuele Burrafato) i corpi degli attori a simulare ora La morte di Marat, ora lo Spinario, una volta il Discobolo e per sempre la Pietà, allora totale lo diventa davvero, quest’opera d’arte.
Come Michelangelo di fronte al blocco di marmo, così, Filiberti, esteta che trasuda passione, estrae dalla carne e dal corpo l’immagine, e ci getta in un mondo che, rapiti spettatori, contempliamo e godiamo, convinti di avere a che fare solo con qualcosa di bello. Ma quando, a spettacolo finito, cominciamo a applaudire, ci rendiamo conto che quell’incetta di suoni e d’immagini, di pose e parole, ci riguarda davvero e di più, e che quel mondo di tormenti e angosce senza tempo né spazio è proprio il nostro, popolato da noi. Nove miliardi di Caini, nove miliardi di Abeli. E nessun Lucifero da incolpare.
(LA REPUBBLICA – SACHA PIERSANTI)

È un viaggio dell’anima. In luoghi insondabili. In terre inesplorate. In paesaggi dello spirito. A compierlo, attraversando terre di mezzo per giungere all’approdo finale dal quale ripartire per nuovi lidi e nuove conoscenze di sé e del mondo, è la parola poetica, il verso amato, masticato, irrobustito, scolpito, nutrito di vita. Quello che abita il corpo dell’attore. Modellato, rigenerato, trasfigurato dalla forza della poesia. Che né la voce, né la postura, né il movimento, può restituire se non abitato dal suo dèmone, la passione che agita il cuore dell’uomo. Conversation pieces è teatro esperienziale – che ingloba recitazione, danza, musica e arte visiva – luminoso modello di una pratica teatrale esemplare per dedizione, passione, e, oserei dire, abnegazione. Quella che anima il suo artefice, Marco Filiberti, regista di raffinata e sensibile fattura, che, ad ogni messinscena, alza l’asticella della bellezza, da restituire generosamente a quanti se ne lasciano rapire senza preclusione di filtri estetici o intellettuali.
Bellezza alla quale non si può sottrarsi, sedotti da un abbandono del cuore e della mente. Prima stazione della trilogia Il pianto delle Muse, Conversation pieces ha avuto un primo indimenticabile allestimento open air nel 2013, e ora riscritto per una nuova versione al chiuso e con tre nuovi esemplari interpreti … Dentro questo spazio mentale e dell’anima, che ingloba anche la platea, le parole elaborate dalla riscrittura di Filiberti, così pregne ed evocative da meritare una lettura a parte, prendono corpo nelle immagini totali in proiezione … ; nelle atmosfere cupe o luminose, rarefatte e terrigne, create dai colori del sangue o della luce abbagliante; nei suoni e nelle musiche segnate da voci suadenti o distorte, da melodie o clangori (il trillo crescente di un cellulare che diventa musica compulsiva). E ci sono visioni struggenti, tra tutte l’apparizione del fantasma di Abele e il dialogo con Manfred che cerca di afferrarlo per non lasciarlo andare via … Solo tre gli interpreti, Stefano Guerrieri, Matteo Tanganelli, Diletta Masetti, attori in stato di grazia, capaci per adesione fisica e restituzione emotiva, di trasformarsi in più ruoli, … recitare con toni lirici, modulati, quasi da oratorio, vicino alla cantata e all’opera; e danzare con intensità di gesti e movimenti (le coreografie sono di Emanuele Burrafato), tenendo sempre alta la tensione senza interrompere l’incantato flusso di un racconto senza tempo orchestrato come un concerto con sfumature e pennellate dalle forti tinte. Un teatro d’altri tempi. E, per questo, potente, necessario. Che rapisce.
(EXIBART – GIUSEPPE DISTEFANO)

La Bellezza che supera il dolore e la morte è forse la via dell’attesa di un amore e armonia che riappacifichino l’uomo di sempre e di oggi. Ogni volta che ci si avvicina all’opera di un autore poliedrico e di intensa trama simbolico-letteraria come Marco Filiberti, un silenzio totalizzante è richiesto allo spettatore ed anche, in modo diverso, agli interpreti. Perché il mondo di Marco Filiberti, costruito da una fitta trama di rimandi filosofici musicali letterari e poetici è non un evento, ma un “accadimento in atto unico”. Ossia un kairòs laico, un tempo-senza tempo “di grazia”, che quindi supera il kronos, lo svolgersi dei secoli, e si fa visione di un mistero sempre da esplorare e mai del tutto esplorato. In quasi due ore, attingendo e riscrivendo secondo la propria ispirazione Cain e Manfred di Byron, Filiberti dipana in una fremente sequenza di quadri viventi con indubbi riferimenti artistici (dalla Pietà al Discobolo, dallo Spinario alla Morte di Marat) – affidati al corpo umano plasticamente abbracciato, diviso, opposto o fuso –, la vasta indagine su bene e male, luce e tenebra, libertà e felicità, senso e ragione, e soprattutto il bisogno inguaribile di conoscere e di amare. Viaggiando, novello Dante, tra mondi ultraterreni di poesia e bellezza ahimè perduti (ma che poi l’autore e regista riversa dal “cielo” su di noi in frammenti) e la realtà onnivora, meccanica ed antieroica della contemporaneità. Echi di Giobbe, dell’Ecclesiaste e di Geremia, ossia delle domande sul perché del dolore formano un retroterra nascosto che unito alle musiche di Wagner, Mahler, Strawinsky, Verdi, Festa e Marianelli, accompagnano commentando e “parlando” la fusione tra parola e azione. Dove la parola è verso poetico, una sorta di cantus firmus o di recitar cantando – dai sotto-testi intensi – in vibrazioni che ci scuotono: ora sommesse ora veloci ora tonanti o violente. Ma non si tratta solo di suoni, bensì di rimandi a vasti pensieri, echi sonori di questi. Ogni parola sembra venire da molto lontano per poi farsi vita nel presente. Nella cortina di fumo e di luce nebulosa, c’è la tensione a sfondare l’inconoscibile e l’ignoto e poter rivedersi in un abbaglio di luce. Caino e Abele, Manfred e Lucifero si incontrano e si scontrano, piangono, fremono e tentano di oltrepassare la morte, protagonista sommessa ma onnipresente. «Non tutto perirà di ciò che sei», dice Lucifero, angelo caduto per troppa conoscenza e infelice, a Caino. Byron-Filiberti, ossia l’uomo, vuole varcare la soglia dell’immortalità e dell’eternità.
Si pone una fondamentale domanda di senso che, fra l’altro, parrebbe riecheggiare, in toni molto personali, il verso leopardiano: «Che fai tu luna in ciel?». Nella fusione dialogica delle forme d’arte – musica danza scultura pittura poesia –, Filiberti riesce a dipanare, quadro dopo quadro, o se si vuole visione dopo visione, tra fascino e terribilità, questo interrogativo drammatico, puntando ad una formidabile tensione verso l’equilibrio dell’Uno Conciliatore. Chi è questo misterioso Uno che collega alla prima scena di Caino e Abele raggrumati l’ultima di Manfred/Caino che stringe a sé il fratello Abele “lasciandosi andare tra le sue braccia” e facendo sì che il creato si ricomponga in “superiore armonia”? È l’amare e l’essere amati? Filiberti non lo grida – e fa bene –, ma lo lascia scoprire a noi. Stupefatti e commossi di fronte a un’opera totalizzante che invade i sensi e l’anima perché animata da una desiderio quanto mai struggente di dire-conoscere tutto o quasi dell’uomo. L’uomo che è Abele e Lucifero insieme o alternativamente. Così appaiono gli interpreti – Stefano Guerrieri, Matteo Tanganelli, Diletta Masetti – immedesimati a tal punto da essere diventati “altro da sé”; questo trasmette la coreografia avvolgente di Emanuele Burrafato, l’ampia scena glabra di Benito Leonori. Squarci di luci, la vasca da cui esce la vita, lo specchio d’acqua dove vive la Bellezza. Non sono luoghi ma personaggi. La Bellezza che supera il dolore e la morte è forse la via dell’attesa di un amore ed armonia che riappacifichino l’uomo di sempre e di oggi. Attesa anche di qualcos’altro o di qualcun altro. Ma questo forse Filiberti ce lo dirà in un prossimo lavoro. Frattanto ci induce al pensiero, cioè a ritrovare l’uomo. E questo non è davvero poco.
(CITTÀ NUOVA – MARIO DAL BELLO)


INTORNO A DON CARLOS: prove d’autenticità (2017)

Magnifico affresco … che Filiberti plasma figurativamente e plasticamente e sostanzia d’anima … nel comporsi plastico di una corrente di eros. … Si depositano via via sulla scena pose che rimandano alla pittura classica della ritrattistica del XVII secolo, restituite dai corpi degli attori mai con un eccesso di maniera, mai catturati nella trappola dell’estetismo, ma sprigionanti la musicalità della poesia figurativa intrinseca. Perché essi stessi, gli attori, sono fatti corpi poetici, assunti dalla parola, dal suo suono, dal senso pieno del dire e restituire, in una dimensione di tempo annullato «anch’essi rovine di un sentire umano forse inesorabilmente perduto». Ed è nella coreografia gestuale ricca di preziosi dettagli, intrecciando movimenti e parole, recitazione e danza, che l’acme unitario espressivo trova culmini di bellezza assoluta e totale, anche scultorea. Un tale risultato teatrale, di altissima, e va detto, rara qualità artistica, di artigianato non solo della parola, ma di una pratica di teatro totale perseguita con dedizione, necessita di preparazione accurata, di tempi di lavoro meditati, e di individuazione di corpi e di menti al servizio di ispirazioni dettate dall’urgenza di dire e di dare. Un dare voce a corpi e menti di attori che al rito dell’esposizione pospongono lo svuotamento di sé, la dedizione piena a un’idea, ad una pratica scenica che privilegia e nutra l’essere, che richiede l’abbandono di sé per dare spazio ad un altro: l’altro inteso come rivelazione di una relazione in atto, di scoperta in divenire di autenticità dell’essere. Ecco allora un cast di attori – Matteo Tanganelli, Diletta Masetti, Stefano Guerrieri, Luca Tanganelli, Giovanni De Giorgi – sapientemente diretti da Filiberti e condotti ad un visibile e luminoso lavoro di scavo, che adempiono il compito con adesione e tensione vitale. Un elogio a parte per Matteo Tanganelli è necessario. Il suo Don Carlos vibra di umanissima e ideale forza emotiva, di tremori potenti, restituendoci di quell’uomo tutto il dramma umano, tutta la disperata ricerca di felicità e l’inadeguatezza, per innocenza d’animo, di capire quelle logiche che mutano un sogno puro di libertà e di amore in un verdetto di condanna.
(SIPARIO – G. DISTEFANO)


TRILOGIA IL PIANTO DELLE MUSE (2012/2015)

Filiberti non è un mondo, è “il mondo”. Versatile autore dalle mille sfumature, ricercatore accanito della bellezza e della verità, attraverso ruoli che non sono complementari o accessori ma sostanziali e si riversano l’uno nell’altro come esplicitazioni di un unico percorso ancora in fieri. Poeta, in una parola. Se poeta significa colui che crea e che ricrea, cercando come Diogene una via. Filiberti soffre per il nostro tempo privo di bellezza e di umanità … e cerca nell’attimo bellezza e verità, eternità e salvezza, provando a coagulare il tempo – il krònos- in un laico kairòs, il tempo della grazia. … Un linguaggio di prosa poetica “alta” – dal melodramma a Shakespeare, da Joyce a Proust, da Tasso a Wagner a Garcia Lorca… – che diffonde attraverso questa summa una concezione del teatro come opera totale … Bisogna “vedere” queste giornate, scoprire attraverso le luci caravaggesche, l’impianto scenico raffinato, l’emozione dei corpi e degli spiriti degli attori in un dramma che si dipana in parole alte e sublimi, che sottendono fiumi di riflessioni eppur sono leggere. Tutto vibra dentro alla natura, soprattutto notturna, con echi leopardiani e tasseschi di lirica pura, tra chiaroscuri vellutati che ricordano certe tele del Guercino e aurore pierfrancescane, ma anche tra fuochi omerici e nibelungici. Ma sono i silenzi che affascinano, musicali pause in un dialogare sussultante, quando il pathos, voce del cuore di Filiberti, si stende a illuminare la ragione, a far brillare il dolore, nell’attesa di un abbraccio del divino sull’uomo del nostro tempo, come di una resurrezione. Testo alto, da accogliere e cogliere intensamente, esplicitazione visiva e drammatica di un percorso prima di tutto esistenziale che forse sta portando Marco Filiberti, autore di sensibilità, esigenze e cultura fuori dal comune, a nuove vie, nuove indagini, nuove semplificanti e luminose scoperte.
(DIARI DI CINECLUB – M. DAL BELLO)


IL CREPUSCOLO DI ARCADIA (2015)

È la summa di un pensiero e di una pratica artistica perseguita con passione e caparbietà, compendio illuminante di una costante ricerca della bellezza da inseguire e restituire, che affonda mente e cuore nel mondo classico, nella sua nostalgia, ma che non è rassegnazione di un mondo perduto. Il Crepuscolo di Arcadia segna per Marco Filiberti un ulteriore tappa del suo percorso d’autore e regista, orientato ad una pervicace affermazione della Bellezza salvatrice del nostro tempo. In questo dramma epicopastorale sulla morte del desiderio nella nostra società, Filiberti crea in grande, all’insegna della spettacolarità. Rievoca miti e storia, richiama dèi, satiri, poeti, eroi e letterati. Sul palcoscenico rialzato che copre l’intera platea del Teatro degli Avvaloranti di Città della Pieve – dove la pièce ha debuttato – ravvicinando così gli spettatori sui soli palchetti, egli convoca uomini natura e cose in un’unica landa desolata immersa via via in cieli plumbei poi stellati, tra fuochi e apparizioni, esplosioni e visioni incantatrici. Qui, tra le rovine di un teatro trovano rifugio un gruppo di giovani scampati a un disastro apocalittico che decidono di mettere in scena, a modo loro, quello che sta accadendo nel mondo. … L’incipit dall’Iliade «Canta Musa divina, l’ira rovinosa d’Achille …», e la maledizione di Calliope all’«empissima razza» umana «imbarbarita dall’assenza di ogni grazia», dà l’avvio al racconto … Con una scrittura aulica, unico linguaggio capace di sopravvivere ancora nella terra di mezzo all’avanzare della degenerazione, Filiberti ci immerge in un viaggio affascinante, teso alla trasfigurazione … Filiberti ironizza sui vezzi del teatro d’oggi e denuncia la sua delegittimazione … colpi di scena si susseguiranno sino al finale leopardiano «Dimmi, o luna: ove tende questo vagar mio breve,il tuo corso immortale?» con la voce fuori campo dello stesso Filiberti che suggella il suo pensiero davanti alla coppia Natanaele e Brunilde mentre si avviano verso l’immensità cosmica.
Panteismo e manierismo, favola e cosmogonia convivono in un disegno scenico e drammaturgico nel quale Filiberti attinge a suggestioni tratte da Ovidio, Shakespeare, Keats, Woolf, Williams e Garcia Lorca, e, naturalmente, dal Tasso dell’Aminta; cita formalmente la pittura del Seicento nelle pose e nelle danze; e per le musiche setaccia mirabilmente Monteverdi, Mozart, Wagner, Debussy, Stravinskij, Arvo Pärt, Hirsta, Glass, Max Richter. Un concorso di attori ineccepibili (impossibile citare tutti, ma almeno Filippo Luna, Luigi Pisani, Giuseppe Lanino, Giulia Galiani, Gabriele Vanni) votati a un disegno registico altamente espressivo, ciascuno in un ruolo e in una funzione connessa, di grande resa corale, ha reso possibile questa creazione da annoverare come un vero e proprio evento artistico di teatro totale.
(IL SOLE 24 ORE – G. DISTEFANO)

È finita l’Arcadia, zona dell’esistere più che luogo fisico, in cui Amore e Poesia, voci della Bellezza, erano vita del cosmo intero, di uomini, natura e cose? Marco Filiberti nel suo Crepuscolo di Arcadia … se lo chiede. E ce lo chiede, perché questo spettacolo in due atti è un universo di danza, recitazione, musica, cinema, riflessione dialogata che parte dal “Narrami o diva” dell’Iliade omerica, e attraverso grandi tappe scavate sulla storia occidentale arriva al cosmo stellato leopardiano. Filiberti, che è uomo di profonde e vaste cognizioni, rievoca attraverso figure mitiche o letterarie la nostalgia per un mondo di bellezza e di libertà incontaminata, cosciente del nostro tempo attuale … destinato alla morte. … questo vasto affresco che seduce il pubblico e lo tiene col fiato sul collo per tre ore è una lotta … tra la dimensione di Eros e Poesia e la tentazione di un’apocalissi, non rivelatrice, bensì distruttrice … Nei dialoghi di letteratura preziosa, citazionista non per sfoggio ma per “rielaborazione affettiva e ricreazione linguistica” … nelle musiche “frammentate” … , nella dimensione terrorizzante ed onirica di un incendio cosmico (la marcia funebre di Sigfrido come lutto dell’Eroe), nelle coreografie di corpi parlanti la pittura di Reni, Guercino e Poussin, c’è la visione metaforica e pulsante insieme del Crepuscolo di Arcadia e del dolore immenso per questo suo lento morire. Una vena dolente e talvolta ineluttabile, un elogio del tempo perduto melanconico trascorrono in quest’opera che vede tutti i registri dell’arte e della vita: dramma, commedia, poesia, mito ed edonismo, dialettica, ricerca di senso, glacialità attuale in un susseguirsi di grandi quadri scenici come una modernissima opera-totale.
Dal paganesimo al romanticismo, dalla classicità al barocco, al Nulla attuale, Filiberti sgrana un lavoro, denso di sottotesti, gravido di pensieri e al contempo desideroso di ritrovare l’immensa, liberante gioia di vivere. E forse di un ingresso in quella dimensione del puro spirito che con la visione … di un infinito grondante di stelle sembra avvicinare i due giovani superstiti dinnanzi al cosmo al principio di una nuova creazione, libera dal sangue e dalla morte. Spettacolo bello e grandioso, terribile e fascinoso, chiuso nella platea di un teatro come entro una crisalide pregna di mistero i cui gemiti e la cui luce Filiberti, ricercatore di Bellezza, vuole sondare, rievocare, trafiggere e rischiarare.
(CITTÀ NUOVA – M. DAL BELLO)


CONVERSATION PIECES (2013)

Bisogna lasciarsi alle spalle i frastuoni festivalieri, le ammucchiate estive di titoli che vorrebbero segnare nuove forme e ultime tendenze in atto, e spingersi fin nella campagna della Val d’Orcia per scoprire sorprendenti realtà spettacolari, sperimentazioni inedite del “fare arte” che coniuga, in mirabile sintesi unitaria, teatro, cinema, letteratura e natura. Bisogna esserci, fisicamente, per saggiare idee alte della pratica artistica, dove contenuti, talento registico e sapienza autoriale sono ancora possibili. E bisogna lasciarsi stupire, emozionare, senza preclusione di filtri estetici o intellettuali. Perché solo così ci si potrà immergere in quella che si può considerare a tutti gli effetti “un’esperienza artistica”. Tale è Conversation Pieces, ideato da Marco Filiberti – raffinato regista di cinema e di teatro – spettacolo concepito open air nella campagna toscana (nel Giardino della Dimora Buonriposo) alla luce del tramonto declinata in quella notturna. Evento unico, irrepetibile, che sfrutta la vastità di un paesaggio mozzafiato e gli elementi naturali ai quali si aggiunge l’acqua. Una piscina, delimitata da balle di fieno, e dai circostanti alberi, diventa la scena principale dentro e attorno alla quale si muovono i due protagonisti. C’è una coreografia da origine del mondo, da risveglio primordiale, da eden senza peccato, in quella danza stilizzata che due corpi avvinghiati, Caino e Abele, poi staccandosi, ingaggiano sul vasto prato notturno che si perde a vista d’occhio e illuminato da lunghi fasci di luce mentre risuonano le note di uno struggente valzer. Solo quando subentrano quelle stravinskijane della Sagra della primavera, presagio di un sacrificio da compiersi, intuiremo che quella condizione di assoluta felicità, presto si tramuterà in dramma. È il folgorante inizio di Conversation pieces cui faranno seguito altre potenti sequenze che conferiscono un andamento cinematografico a tutto lo spettacolo immerso dentro sonorità apocalittiche e musiche di Britten, Mahler, Verdi. Il ritmo è segnato da un’intensa drammaturgia che unisce, con originale riscrittura e sintesi, i due capolavori romantici Cain e Manfred di George Byron riducendoli a due soli interpreti e con l’aggiunta di una personale stesura dello stesso Filiberti. Il risultato è un’opera intrisa di poesia, in cui l’alternarsi dei personaggi delle due opere avviene sfumando l’uno nell’altro, in una esemplare simbiosi … Filiberti firma un allestimento di grande respiro che, del vasto universo romantico in cui ci immerge, intriso di mistero, allegorie, elementi naturali e immaginifici, riesce a ricreare l’intimità. Merito dei due magnifici interpreti, David Gallarello e Luigi Pisani, insostituibili per l’adesione fisica, per la restituzione emotiva che li ha animati, artefici di una grande prova d’attore.”
(IL SOLE 24 ORE)

La rappresentazione di Conversation Pieces fornisce diversi spunti di riflessioni molto attuali, in una perfetta calibrazione tra contenuti e recitazione, con l’ottimo risultato di una fluida fruizione da parte della spettatore che viene catturato senza rendersene conto dai dialoghi strutturati in maniera eccellente, che conducono passo dopo passo lungo la storia raccontata, arrivando alla fine senza perdere la concentrazione o l’interesse. … A fianco alla bravura dell’autore, degli attori e del personale tecnico organizzativo, un grande protagonista è stato senza dubbio il paesaggio della Val d’Orcia, che ha fatto da padrone di casa fino all’inizio dello spettacolo, sostituito poi, da una scenografia che con il gioco di luci rendeva perfettamente la dimensione metafisica della storia”.
(LA NAZIONE)

Conversation Pieces è uno spettacolo ammaliante, intriso di poesia,in cui i personaggi sfumano l’uno nell’altro, per raccontarci lo scontro tra umano e soprannaturale,i dubbi e l’oblio,il tormento per la morte della bellezza e dell’amore, l’anelito a Dio.
(CITTÀ NUOVA)


BYRON’S RUINS (2012)

Uno spettacolo scandaloso (ma non certo per il nudo integrale, in scena perfettamente integrato nella macchina) a partire dalla struttura, una morality play moderna, un dramma filosofico sulla condizione umana … Byron’s Ruins è uno spettacolo che usa il linguaggio altissimo di Lord Byron e che punta, se è possibile, ancora più in alto: ricchissimo di rimandi all’arte tutta, con citazioni da Friedrich, David, Delacroix, al fiore della letteratura romantica (bellissime, tra l’altro, le scene di Benito Leonori anche se è un colpo al cuore vedere tutte quelle pagine di libri sventrati in scena)… Filiberti adotta una prospettiva queer per rileggere uno dei più grandi poeti inglesi in chiave postmoderna: non c’è redenzione e dopo tanta bellezza,dopo tanta folie byroneuse, dopo tanta passione fisica, intellettuale, morale non resta che l’insofferenza per quanto c’è di marcio intorno a noi.
(IL MESSAGGERO)

Filiberti mira a restituire allo spettatore la grandezza, la poliedricità e le contraddizioni del lord poeta … il sontuosissimo impianto scenico,elegante e immenso come quello di un’opera lirica,pare svetti come una cattedrale di legno, con luci scolpite come in un dipinto di Caravaggio, evoca suggestioni ronconiane nella solennità delle atmosfere, è magniloquente del discorso e non manca di stupire sul come e quante cose l’autore abbia effettivamente da dire sul fenomeno Byron. Byron’s Ruins è un’esperienza. Un viaggio attraverso luoghi misteriosi e criptici, ma comunque ammalianti e suggestivi.
(KLP TEATRO)

Si può legittimamente parlare di una riscoperta, assistendo in anteprima nazionale al lavoro di Marco Filiberti. Diciamolo subito: non si tratta di una rappresentazione meramente teatrale, ma – come lo definisce l’Autore – di un “accadimento”, curato fino allo spasimo. Quello che Filiberti infatti rappresenta è un “mondo” … e così la “sacra rappresentazione laica” si fa evento culturale di forte spessore dove … sembra che sia il problema del dolore e del male, insieme alla sete di purezza e di immortalità, che Filiberti accentua … Il movimento intenso delle luci, in chiaroscuri violenti, le controscene sulle logge, i dialoghi anche furenti tra i personaggi, certe desolazioni lacrimose e certe ribellioni, insieme a lacrime e lamenti, diventano espressioni vitalistiche del corpo – bello e deforme al contempo – e dell’anima – alta e dannata – dell’Uomo teso a elevarsi per raggiungere la Porta che, come spesso nelle opere di Filiberti, si apre su qualcosa di immenso e purificato. Un mistero verso cui vanno le oltre due ore di rappresentazione che coinvolgono fino allo straniamento perché nessun angolo del pensiero sembra sfuggire ad un’indagine fisica e metafisica sull’uomo che musiche, scene, luci e costumi accompagnano tra sussurri e grida. Byron’s ruins è tutto questo, ma anche di più.
(CITTÀ NUOVA)

Alla prima assoluta di Byron’s ruins pubblico attonito e imbarazzato … che ha approfittato dell’invito degli organizzatori a sorseggiare del whiskey offerto all’ingresso dello spettacolo in bottigliette per reggere il colpo, … ma che non ha fatto mancare grandi applausi al cast e al regista del Compleanno che hanno tenuto sempre alto il grado di attenzione per le due ore e mezza di spettacolo scandalosamente contemporaneo e metafisicamente estremista. Applauditissimi tutti gli attori …
(IL RESTO DEL CARLINO)

L’accadimento teatrale – neologismo dell’autore – è di Marco Filiberti, poliedrico regista e autore di forte personalità che già aveva impressionato per le sue capacità di andare oltre qualsiasi frontiera ideologica per portare alla luce inconfessabili inquietudini … in Byron’s ruins Filiberti ha saputo evocare la figura di Lord Byron, genio e sregolatezza,inquieto e inquietante, analizzandolo perspicacemente e fino in fondo, trovando più di un riscontro con i tempestosi sconvolgimenti e gli oscuri, addirittura apocalittici, presagi del nostro tempo nelle tormentate esperienze del grande poeta inglese.
(VOCE DELLA VALLESINA)

Il disagio dell’Uomo occidentale, la morte dell’espressione artistica, ma anche la ricerca di senso, la sfida al mondo e la redenzione. Passando per i totalitarismi, i rischi dell’informazione di massa, gli interessi della finanza e del capitalismo … illuminazioni, squarci di conoscenza, flash, veicolati in maniera viscerale, attraverso la potenza e l’impatto emotivo ma evocati anche da dialoghi capaci di sintetizzare profondità e leggerezza, riflessioni eterne e modernità. Ha lasciato tutto questo, e non solo, Byron’s ruins agli spettatori … un incontro stupefacente, a volte scioccante, non per le scende di nudo, non per i baci omosessuali, non per l’aggressività in alcuni passaggi della recitazione: a sconcertare è la modernità di Byron … tanto che Filiberti ha potuto raccontare con efficacia attraverso il grande poeta romantico il disagio e la complessità dell’uomo moderno. A rendere ancora più coinvolgente e forte l’esperienza del pubblico ha contribuito certamente la bravura degli attori, sottolineata da applausi a scena aperta, e la perfezione dell’allestimento.
(CORRIERE ADRIATICO)