BYRON’S RUINS

Accadimento in un prologo e due atti

PRIMA RAPPRESENTAZIONE: 25 gennaio 2012 – JESI – TEATRO V. MORICONI

PRODUUZIONE: FONDAZIONE PERGOLESI SPONTINI in collaborazione con CENTRO STUDI E ATTIVITA’ TEATRALI VALERIA MORICONI, AMAT, TEATRO STABILE DELLE MARCHE, TEATRI DELLE MARCHE –PROGETTO REFRESH, CMS CONSORZIO, MARCHE SPETTACOLO

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CREDITS
Uno spettacolo scritto e diretto da Marco Filiberti
CAST: GIOVANNI SCIFONI, DAVID GALLARELLO, ENRICO ROCCAFORTE, NICCOLO’ TIBERI, GABRIELE VANNI, GIANLUCA D’ERCOLE
CREW: scene Benito EONORI – costumi Patricia TOFFOLUTTI – luci Alessandro CARLETTI – suono Marco BENEVENTO – direttore di scena Mauro DE SANTIS

SINOSSI

Nel fitto della selva intricata della Storia, il diavolo, nelle vesti di uno Showman trasformista, domina incontrastato incarnandosi nel sistema stesso che connota questo tempo storico.

Lo Showman sigla il suo patto con l’umanità per portare a compimento l’annientamento di ogni traccia di spiritualità, di bellezza e d’amore. Tra i suoi più pericolosi nemici lo Showman ravvisa i grandi spiriti utopici, introducendoci ad una vicenda emblematica, quella del poeta inglese George Gordon Byron. Byron, paradigma di ogni impossibilità di conciliazione tra autenticità e sistema, tenterà in ogni modo di sovvertire l’ordine, trovando la morte in Grecia dove si era impegnato a fomentare una rivoluzione per liberare la terra della bellezza dall’oppressore turco.

E qui incontriamo un Byron provato e disilluso che, nel tempo sospeso in attesa della battaglia, presentendo l’avvicinarsi della fine, ricerca ossessivamente l’origine della sua dannazione.               Il passato riaffiora,sdoppiando l’immagine di se stesso tra l’autenticità del suo genio poetico e la maschera di “George”, ritratto trasgressivo e aristocratico che ammaliò l’Europa a partire dalla pubblicazione nel 1812 del suo primo capolavoro, Childe Harold Pilgrimage, decretando la nascita di un fenomeno senza precedenti. Si alternano i ricordi d’infanzia, l’incanto della natura scozzese,

il disagio per il suo ambiente familiare e le accese manifestazioni di sensibilità alternate ai complessi per una zoppia causata dal piede equino che triplica la sua maschera nel personaggio di “Cain”, il corpo del poeta, al contempo bello e deforme, tempio di prodigiosi traguardi sportivi e di prodezze sessuali esibite provocatoriamente in un secolo puritano quant’altri mai.

Ma alle trasgressioni di Lord Byron – che indurrebbero lo Showman a reputarlo un suo adepto – si contrappone il suo insopprimibile rifiuto alla conformazione del pensiero e un profondo senso di giustizia, evidente nel primo discorso alla House of Lords in difesa dei lavoratori condannati a morte per la distruzione delle macchine tessili, strumenti anticipatori dell’alienante civiltà del man-machine. Sempre più ossessionato dal suo passato, Byron evoca la figura della sorellastra Augusta e la struggente passione incestuosa che lo aveva condotto ad una fase  di inquietante squilibrio mentale culminata nel matrimonio con una ricca ereditiera colta e moralmente ineccepibile, Annabella Millbanke. L’improbabile unione, seguita dalla nascita di una figlia,si conclude in breve con un divorzio macchiato da accuse di demenza, violenza, pederastia e incesto che, offrendo al sistema l’occasione per ripudiare finalmente il proprio idolo divenuto insopportabilmente scomodo, bandiscono definitivamente Byron dall’Inghilterra, sancendo la momentanea vittoria dello Showman.

Byron, sempre più provato, è visitato dallo Showman che, delegittimandolo come poeta attraverso le velenose sentenze di T.S. Eliot,cerca ancora una volta di assoggettarlo definitivamente a sé: ma a salvare Byron questa volta è la poesia di Goethe che nel suo Faust immortalerà il poeta sotto le vesti di Euforione, perfetta congiunzione tra poesia classica e moderna sensibilità romantica. Sopraffatto sempre più dai suoi deliranti ricordi alla ricerca dell’origine di una sua presunta malvagità, Byron torna al tempo del suo esilio, allorché, approdato prima in Svizzera e poi in Italia, sarà il più celebre viaggiatore dell’età d’oro del Grand Tour. Sono questi gli anni della dissolutezza veneziana – che vede però un radicale mutamento di stile nella sua poetica, culminato nella composizione del Don Juan – alternata alla pura e profonda amicizia con il poeta Shelley,luminoso spirito al contempo ateo e cristologico,terza grande voce assieme a quella di John Keats di una irripetibile stagione per la poesia inglese. Shelley e Byron vagano come fantasmi in un mondo incapace di ospitarli finché Shelley, lacerato dall’insostenibile sofferenza per il dolore del mondo,troverà la morte in mare, poco dopo quella di Keats. Il dolore inconsolabile per la morte di Shelley e della figlia Allegra – nata da una relazione occasionale con la cognata di Shelley – fanno nuovamente esplodere in Byron un’ansia febbrile e inconsolabile che cerca di placarsi non più solo nella scrittura ma nell’azione, la grande causa per la liberazione della Grecia. Ma l’idealizzata rivoluzione stagna nell’apatico immobilismo di personaggi mediocri e corrotti che confermano a Byron la percezione di un’umanità meschina e di un tempo apocalittico simboleggiato dalle rovine della classicità.

In lotta contro il tempo,tra la ricerca di una morte eroica e la volontà di scendere senza più maschere negli abissi del proprio vissuto, Byron affronta finalmente il nodo oscuro che da sempre lo ha attanagliato come una maledizione, rivivendo in un ultimo e drammatico scontro con il proprio demone le violenze subìte da bambino ad opera delle nutrice presbiteriana May Gray, ultima incarnazione dello Showman per annientare la sua ambita preda.

Ora Byron, liberatosi finalmente dal suo passato, può affrontare serenamente la morte, affacciandosi all’eternità con la speranza di scorgere finalmente qualcosa di sublime.

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