CONVERSATION PIECES II – UN MISTERO

Accadimento in un atto unico, da Cain e Manfred di Lord Byron

PRIMA RAPPRESENTAZIONE: 27 – 28 – 29 luglio 2018, Teatro Poliziano (Montepulciano)

PRODUZIONE: Le Vie del Teatro in Terra di Siena, 43° Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, Ravenna Festival

CP_locandinaCREDITS
Uno spettacolo scritto e diretto da Marco Filiberti
CON: Stefano Guerrieri, Matteo Tanganelli, Diletta Masetti

CREW: musiche originali Fabrizio Festa – coreografie Emanuele Burrafato – scene Benito Leonori – costumi Patricia Toffolutti – light designer Alessandro Carletti – sound designer Stefano Sasso – visual designer Mario Spinaci – aiuto regia Lisa Capaccioli – assistente scenografo Elisabetta Salvatori – assistente visual designer Giorgia Gagliardini – direttore di produzione Germana Giorgerini – direttore di scena Lisa Capaccioli e Giovanni Piccirillo – fonico Andrea Lambertucci – trucco Alice Gandolfi – coordinamento organizzativo Stefano Sbarluzzi

SINOSSI
Questa morality play frutto dell’adattamento del poema drammatico Manfred e della tragedia in versi Cain, entrambi di George Byron, si propone come confronto estremo e vibrante tra natura raziocinante, inconscio oscuro e tensione escatologica dell’uomo contemporaneo, inaugurando la Trilogia Il pianto delle Muse in un magma ontologico dove già ribollono le estreme conseguenze della cultura occidentale. “In principio era il Verbo”, e questi “Frammenti di Conversazione” sembrano voler restituire il fil-rouge di una civiltà poggiante sul Logos e sul Desiderio. Si tratta di una riscrittura – più che di una ripresa – dell’accadimento di simile titolo del 2013, del quale condivide l’assunto di trama.

Immersi in un contesto edenico da risveglio primordiale, forse uno dei tanti succedutisi nella storia cosmica, si affacciano alla vita Abele e Caino, avvinghiati in un unico bozzolo dal quale si svincolano con stupore creando la prima divisione dell’Uno. Dopo una fase di innocente simbiosi, le due entità si connoteranno con caratteristiche difformi, apollinea la prima e dionisiaca la seconda, ponendo il primo germe della separazione e del conflitto. L’apparizione di Lucifero, misterioso e carismatico angelo ferito, induce Caino ad aprire il suo cuore tormentato rivelando l’angoscia per il silenzio di Dio e la sofferenza nel mondo. Lucifero lo ascolta, seducendolo con un linguaggio iniziatico e una promessa di vittoria sui suoi tormenti. Quindi l’angelo invita Caino a visitare altri mondi e altri tempi, dove gli appariranno i misteri della morte e le conseguenze provocate dalla sua stirpe. La spaventosa visione – che anticipa il tema della giornata finale della Trilogia, la dissoluzione della sacralità del mondo – evoca il tempo, il nostro tempo, in cui poesia e bellezza, eroi e dèi, saranno cose trapassate, rovine di un processo inarrestabile generato dallo stesso Caino, inconsapevole oppositore del progetto escatologico divino. Atterrito dalla visione del degrado umano, Caino vuole fuggire e scongiurare questo destino rovinoso ma finisce invece per anticipare il “male oggettivo”, uccidendo il fratello avvolto in un inconsapevole totus tuus di affidamento al volere di Dio.

Ora la Morte è entrata nella Storia e Caino, assumendosi la piena responsabilità delle proprie azioni, entra nel tempo diacronico sotto il peso della propria colpa. Quando lo ritroviamo nel mondo siamo ormai alle soglie della Modernità, al principio del collasso antropologico contemporaneo, il tempo più colpevole, quello deputato alla morte della poesia e della bellezza. Sotto il nome di Manfred, uomo di pensiero e di scienza al suo ultimo giorno di vita, ossessionato dai propri demoni fronteggiati con titanica forza inquisitoria – la bellezza, l’erotismo, la conoscenza, l’incanto della Natura, il miraggio di una vita semplice – il pellegrino dell’Eternità vaga perseguitato dal peso di una colpa ancestrale, l’uccisione della persona amata. Manfred sembra inconsciamente risalire il tempo storico per connettersi al delitto primigenio, compiuto all’ombra del grande albero del Bene e del Male. In un drammatico percorso iniziatico e in lotta con il tempo, Manfred arriva finalmente all’appuntamento finale con il duplice volto della sua ossessione, quello di Abele e di Lucifero, mai stati così ambiguamente liminali. Affidandosi per la prima volta all’amore, Manfred trova nell’abbraccio della sua vittima la suprema riconciliazione, la nuova unità degli opposti, scoprendo che, in fondo, “non è così difficile morire”.

La riscrittura, profondamente affine alle istanze byroniane, sposta l’azione in un tempo sincronico, un “eterno presente” che allinea l’Eden del Genesi, l’apoteosi visionaria e immaginifica della civiltà romantica (vera e propria condizione avvertita dell’ingresso minaccioso e desacralizzante del Moderno) e, infine, il tempo cosmico posteriore alla scomparsa della nostra civiltà, responsabile della esautorata funzione di ogni cosa bella (J. Keats) nella storia. E Caino/Manfred, come tutte le prometeiche figure byroniane, sceglie consapevolmente la dannazione piuttosto che conformarsi a quell’omologazione del pensiero e dello spirito che Byron avvertiva come la più grande minaccia antropologica dell’occidente capitalista. I riferimenti alla vicenda biografica dell’autore, contrassegnata dalle accuse di incesto e omosessualità, sono innalzati dal genio poetico di Byron alle sfere di una tensione speculativa irresistibile tra il protagonista e le forze oscure delle sue ossessioni, per rivendicare la sua dignità di libero pensatore fino al momento della morte.

L’ambiguità del testo, scevra da qualsiasi dogmatismo, è enfatizzata dalla specularità che la regia appone ai corpi poetici dei protagonisti, spasmodicamente tesi ad un’unità perseguita come sponda salvifica nel contristato cozzo del duale e che trova requie solo nella battuta finale, tragica e, al contempo, escatologica. Cifrata sempre da una semiotica stratificata e coreutica, la comunicazione espressiva, poetica prima ancora che narrativa, rifugge ogni frontalità recitativa per prodursi in una daimonica totalità di esperienza. Se la messa in scena vive di ombre e trasparenze che intessono il gioco metafisico sospeso sulla soglia del mondo sensibile e di quello ultra terreno, rimanda anche ad alcuni tratti fondamentali di una décadence in clima di Secessione, riverberanti quelle “carcasse e relitti, rocce ed erbacce intrise di schiuma salata e di amarezza” che costellano il rapsodico e avvolgente testo byroniano.

La drammaturgia testuale e registica si avviluppa su quella musicale, un cluster di detriti che affiorano, anch’essi come rovine, in funzione di rimandi leit-motivici, non per configurare un personaggio o una situazione drammatica, quanto piuttosto per evocare quella condizione visionaria e immaginifica propria di una poetica che difende gli ambiti misterici contro l’evidenza del reale. Su questo cluster nutrito di Mahler, Schömberg e Britten, gli interludi originali di Fabrizio Festa connettono le diverse stazioni di un viaggio che si compie nel tempo sincronico di un respiro.

CONVERSATION PIECES II
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